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La Commissione Ue: “Anche i porti italiani paghino le tasse”

08/01/2019

/admin/news/N007329_bandiera.jpg 	Il nostro Paese dovrà adeguare la normativa entro il primo gennaio 2020: «Gli Stati hanno ampi margini di manovra per l’adozione di misure di sostegno e investimento».

Anche le autorità portuali italiane devono pagare l’imposta sulle società come tutte le altre imprese. La decisione della Commissione europea era nell’aria da tempo, ma oggi è diventata effettiva: l’Italia dovrà adeguare la propria normativa entro il 1 gennaio 2020 e porre fine all’esenzione fiscale totale per i porti. La stessa decisione è stata presa anche per la Spagna, ma nel caso del Paese iberico l’esenzione attualmente in vigore è soltanto parziale. In passato la Commissione aveva costretto anche Olanda, Belgio e Francia a rivedere i propri regimi fiscali.

La situazione attuale in Italia contrasta con la normativa europea e già nell’aprile dello scorso anno la direzione generale concorrenza Ue aveva inviato una lettera al governo, puntando il dito contro il rischio di «concorrenza sleale» nei confronti degli altri scali marittimi europei. «I porti sono infrastrutture essenziali per la crescita economica e lo sviluppo regionale - dice Margrethe Vestager, commissaria responsabile per la Concorrenza -, per questo gli Stati hanno ampi margini di manovra per l’adozione di misure di sostegno e investimento in loro favore. Ma, per garantire condizioni eque di concorrenza in tutta l’Ue, i porti che generano profitti esercitando attività economica vanno tassati allo stesso modo degli altri operatori economici».

L’analisi di Bruxelles si basa sul fatto che i porti svolgono due tipi di attività. Quelle «non economiche», come ad esempio la sicurezza e il controllo del traffico marittimo o la sorveglianza antinquinamento, sono a tutti gli effetti di competenza delle autorità pubbliche. E dunque «sono escluse dalle norme Ue sugli aiuti di Stato». Dall’altro lato, però, «lo sfruttamento commerciale delle infrastrutture portuali, come la concessione dell’accesso al porto dietro pagamento, costituisce un’attività economica». Per questo l’esenzione fiscale di determinate attività può comportare «un vantaggio selettivo» che rischia di violare le norme Ue in materia di aiuti di Stato. In sostanza rischia di favorire i porti italiani rispetto a quelli di altri Paesi Ue.

L’Italia (così come la Spagna) ora ha due mesi di tempo per rispondere alle richieste europee. In caso di mancato adeguamento della normativa, l’Ue avvierà un’ulteriore indagine approfondita per certificare in modo ufficiale l’eventuale esistenza di aiuti di Stati. Di certo Bruxelles non chiederà la restituzione degli arretrati in quanto le normative esistevano già prima dell’entrata in vigore del trattato sull’Unione europea, ma può dunque limitarsi a chiedere una modifica del regime fiscale.

 

Fonte -La Stampa economia

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