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Al ministro l’imperativo: spendere

30/11/2019

 	N007642_demicheli.jpg 	LIVORNO – Scriveva Oscar Wilde che un cinico è colui che vede le cose come sono e non come vorremmo che fossero.

Allora saremo cinici, ma in buona compagnia: perché mentre il ministro delle Infrastrutture e Trasporti a Livorno promette quello che i conti pubblici le consentono – e non è molto rispetto alle aspettative – un’analisi di Marco Forti apparsa su Il Sole-24 Ore di una settimana fa fotografa un’Italia ferma al palo, con un PIL previsto da quarto mondo e ricette da dilettanti allo sbaraglio.

Un pianto. Ma Forti, sulla base di studi ormai accreditati in tutto il mondo, sostiene che non siamo all’ultima spiaggia. “L’unico modo possibile per tornare a crescere adeguatamente – scrive – è sbloccare l’enorme ammontare di investimenti infrastrutturali già stanziati per decine di miliardi, ma fermi”. Ne hanno scritto anche altri e ci sono partiti che ne stanno facendo il cuore della campagna. Ma qui non si tratta di promettere miracoli: si tratta di rivoltare come un calzino l’orrido “codice degli appalti” e farle partire, le opere infrastrutturali necessarie. Non c’è che da scegliere e il ministro De Micheli lo sa bene. Come sa che quando la politica lo vuole, le grandi opere gli italiani sanno farle presto e bene: si veda la ricostruzione del ponte Morandi, dove il famigerato “codice” è stato mandato al diavolo.

E allora? Allora ci vuole il coraggio di innovare la burocrazia e di spendere le enormi quantità di stanziamenti che fanno ricche le banche. Troppe infrastrutture programmate, sollecitate, magari pretese dalla politica locale e in realtà superflue? Si sono perduti anni annunciando programmazioni e “ripulisti”, tavoli di concertazione e accordi Stato-Regione che non hanno funzionato: è una bestemmia, a questo punto, chiedere che le opere finanziate si possano fare anche a rischio di realizzarne alcune non proprio indispensabili? Dal nostro piccolo, bestemmiamo ma dateci il via.

Antonio Fulvi

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